I crani di Arene Candide e il mistero della dolicocefalia preistorica

STORIA

Tra scienza ufficiale, miti prediluviani e la stirpe dimenticata degli Shemsu Hor

Le grotte di Arene Candide, in Liguria, sono uno dei siti preistorici più affascinanti d’Europa. Da oltre un secolo restituiscono testimonianze uniche delle comunità di cacciatori-raccoglitori che, alla fine del Paleolitico superiore, abitavano le coste mediterranee. Recentemente, uno studio a revisione paritaria ha riportato all’attenzione degli antropologi una serie di crani datati tra il 12.800 e l’11.500 avanti Cristo, un periodo cruciale segnato dal brusco raffreddamento climatico noto come Dryas Recente e legato nei miti al “Grande Diluvio”.

Gli studiosi hanno interpretato quelle forme craniche come il risultato di modificazioni artificiali intenzionali, pratiche rituali di deformazione note in diverse culture antiche. Ma non tutti concordano.

Dolicocefali naturali, non crani deformati

Secondo un’analisi alternativa, ciò che vediamo non è frutto di costrizioni o fasciature imposte durante l’infanzia, bensì il risultato di una dolicocefalia naturale: una conformazione cranica allungata che si ritrova in altri contesti preistorici e protostorici.

Esempi comparabili emergono dai crani di Malta, risalenti al 2500 a.C., e da quelli dei Guanci delle Isole Canarie, custoditi al Museo Archeologico di Santa Cruz. In entrambi i casi, la caratteristica forma allungata non presenta segni di forzatura meccanica, ma appare come una peculiarità genetica.

Se così fosse, i crani di Arene Candide rappresenterebbero una delle più antiche testimonianze al mondo di Homo sapiens dolicocefalici, un tratto ereditario forse legato a stirpi arcaiche o a gruppi distinti per ruolo culturale e spirituale.

Dallo Zep Tepi all’Egitto dinastico

Le implicazioni sono sorprendenti. Nel mito egizio, un popolo di uomini saggi e longevi, gli Shemsu Hor (“Seguaci di Horus”), avrebbe tramandato la Sapienza dei tempi prediluviani, lo Zep Tepi, fino all’inizio dell’epoca dinastica intorno al 3000 a.C.

Le raffigurazioni di questo ceppo e alcune testimonianze iconografiche evocano crani allungati, tratti peculiari che sembrano riaffiorare nelle sepolture liguri.
La suggestione diventa ancora più forte se si osserva il cranio ritrovato nella tomba KV55, spesso attribuito ad Akhenaton. La somiglianza con le forme craniche di Arene Candide è notevole, tanto da suggerire un filo invisibile che unisce Liguria ed Egitto, attraverso migliaia di anni.

Akhenaton e il ritorno degli Shemsu Hor

Il faraone “eretico” Akhenaton non fu solo un innovatore politico e religioso. La sua riforma monoteista, centrata sul culto di Aton, potrebbe aver rappresentato il tentativo di recuperare un’antica Sapienza risalente proprio agli Shemsu Hor.
Alcuni egittologi, tra cui Sir William Flinders Petrie e Walter Emery, ipotizzarono già un secolo fa che dietro i misteri delle origini egizie ci fosse l’influsso di un popolo venuto dall’esterno, portatore di conoscenze astronomiche e spirituali.

L’associazione tra crani dolicocefali e figure di autorità regale non sarebbe casuale: essa rafforzerebbe l’idea di una stirpe distinta, con tratti fisici e cognitivi peculiari, eredi di un sapere preistorico legato ai cataclismi del Dryas Recente.

Rituali che attraversano i millenni

Le sepolture di Arene Candide non parlano solo attraverso i crani. Alcuni elementi rituali sorprendono per le loro affinità con il mondo egizio:

  • segni di riarticolazione rituale delle ossa, che ricordano i processi di ricomposizione osiridei;
  • oggetti posti nella bocca dei defunti, un richiamo diretto alla cerimonia egizia dell’apertura della bocca (Wp-Ra), con cui si ridonava al morto la parola nell’aldilà.

Queste corrispondenze suggeriscono un filo culturale sotterraneo, una continuità che potrebbe essersi propagata dall’Europa paleolitica fino alle civiltà mediterranee e nilotiche, riemergendo in forme nuove ma radicate in una memoria comune.

Una stirpe dimenticata

Se gli Shemsu Hor furono davvero reali, il loro destino appare avvolto nell’ombra. Le cronache egizie li descrivono attivi fino al 2500 a.C., prima di scomparire in un “periodo di sonno”. Riappaiono in modo enigmatico con la Riforma Amarniana, quando sembrano guidare dall’ombra il faraone Akhenaton, per poi sparire definitivamente, forse migrando altrove.

La loro eco potrebbe riemergere proprio nei crani liguri: una popolazione sopravvissuta ai cataclismi del Pleistocene, custode di conoscenze che la scienza ufficiale stenta a riconoscere.

Scienza e oblio

Il confronto tra interpretazione accademica e lettura alternativa è acceso. Gli antropologi parlano di deformazioni rituali, ma la dolicocefalia naturale resta una possibilità concreta, soprattutto di fronte alle analogie con altri siti.

Se i crani di Arene Candide venissero accettati come naturali e non artificiali, allora ci troveremmo di fronte a uno dei tasselli più antichi di una stirpe dimenticata di sapienti, spazzata via dai millenni ma capace di lasciare tracce nelle tradizioni mitiche di popoli lontani.

Conclusione

Le grotte liguri, con i loro silenzi e i reperti millenari, aprono una finestra su un passato che forse non conosciamo davvero. Se davvero i crani dolicocefali non sono frutto di manipolazioni, ma di un patrimonio genetico antico, allora potremmo essere davanti alla testimonianza diretta di quella stirpe che gli Egizi chiamavano Shemsu Hor e che altre culture hanno evocato nei loro miti.

La scienza ufficiale parla di deformazioni. Ma se invece fosse dolicocefalia naturale, allora comprendiamo perché, da sempre, c’è chi tenta di confinare questo tema nell’oblio.
Forse perché dietro quelle ossa allungate non c’è solo la biologia, ma l’eco di un sapere antico, scomodo e in grado di riscrivere la storia delle origini della civiltà.

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