Reti 5G: i rischi sulla salute non detti

Attualita

Le associazioni chiedono di bloccare la nuova rete 5G in sperimentazione; alcuni sindaci hanno già disposto lo stop. Il 5g è davvero pericoloso per la salute?

Il sindaco di Scanzano Jonico, in provincia di Matera, ha già vietato la sperimentazione e l’installazione del 5G nel territorio del suo Comune. Associazioni di consumatori come il Codacons hanno lanciato l’allarme, scrivendo agli 8 mila sindaci italiani di adottare provvedimenti analoghi. Il Codacons ha anche presentato un esposto a tutte le procure della Repubblica d’Italia, sollecitando l’apertura di indagini sui pericoli per la salute provocati dalla rete 5G.

Le  reti 5G  comportano veramente dei  rischi per la salute  sinora non detti  oppure no, e se sì sono documentati e dimostrabili? Il punto è che sinora dalle ricerche scientifiche compiute non è emersa con certezza l’assenza di rischi; ma il fatto che non siano stati trovati non equivale a dire che non ci siano davvero. É un po’ come i rischi dovuti al tabacco o all’amianto: sono emersi soltanto dopo decenni di esposizione agli agenti, quando i danni si erano ormai manifestati (tralasciando il fatto che molto probabilmente le società produttrici li conoscevano in anticipo ma non sono intervenute per pubblicizzarli o per evitarli).

Quindi secondo le posizioni delle associazioni e di alcuni sindaci – applicando a un principio di buon senso prima ancora che di diritto – per  precauzione , fino a quando i pericoli potenziali ed ipotizzati non saranno del tutto esclusi, deve applicarsi la massima cautela, evitando di procedere con la diffusione della nuova tecnologia. Quando si tratta di rischio salute bisogna procedere coi piedi di piombo ed evitare sperimentazioni potenzialmente nocive.

Insomma, l’ arrivo del 5G preoccupa  molto: i più interessati e in ansia sono i cittadini che si trovano in prossimità delle antenne in sperimentazione da cui vengono emanate le nuove frequenze. Ma il problema non riguarda solo loro, perché la nuova tecnologia sarà talmente capillare da prevedere moltissime microantenne posizionate addirittura nelle case, per consentire il funzionamento dei sofisticati apparati Iot (Internet of Things) come gli elettrodomestici “intelligenti” di nuova generazione, che saranno sempre connessi alla rete. Il tema d’indagine sembra stavolta diverso dalle battaglie precedenti, compiute contro il 3G ed il 4G: la nuova tecnologia, infatti, è molto più potente, ed è stata definita rivoluzionaria perché promette di cambiare totalmente i modi di accesso ad internet e di fruizione dei servizi di comunicazione.

Sta di fatto che questa “iperconnettività” prevede un  innalzamento   esponenziale delle radiofrequenze  emesse rispetto ai valori attuali e le infrastrutture di trasmissione saranno piccole nelle dimensioni, ma potenti nell’emissione, e soprattutto saranno diffuse dovunque: praticamente, non ci saranno zone escluse dall’interscambio elettromagnetico dei dati, neppure in aperta campagna o in alta montagna. Così il campo elettromagnetico nell’aria sarà decuplicato passerà dagli attuali 6 V/m ad almeno 61 V/m.

A fronte di questo dato certo dell’ aumento dell’elettrosmog , che è oggettivamente misurabile come fenomeno, sta l’incognita di un correlativo aumento del  rischio di malattie  connesse alle onde elettromagnetiche, come i tumori; ed è proprio questo che non è stato verificato, cioè non è emersa alcuna correlazione, almeno stando ai dati ufficiali.

Sintetizzando le posizioni, si può dire che i  negazionisti  del rischio sostengono che le radiofrequenze non hanno evidenziato nessun aumento dei tumori; gli  allarmisti  (detti anche “tecnoribelli”) invece ritengono che gli studi si basano sui dati precedenti, compiuti con frequenze più basse, mentre ora l’aumento delle potenze delle radiazioni che si sta realizzando incrementerebbe proprio questo rischio.

Pochi giorni fa, l’ Istituto Superiore di Sanità  (Iss) ha pubblicato un report (ne abbiamo parlato qui:  cellulari e tumori: è solo un flop? ) dove in estrema sintesi si esclude che ci sia un collegamento tra l’uso del telefonino, anche intenso e prolungato, ed i tumori. Mancano, infatti, le prove del fatto che le radiazioni emanate dal telefonino abbiano effetti cancerogeni.

La forza di questo studio è che si basa su un lungo periodo di osservazione (quasi 20 anni, dal 1999 al 2017); la debolezza è che negli anni passati si utilizzavano tecnologie di emissione radiante di potenza neanche lontanamente comparabile a quella del 5G; ed uno dei principali fattori di rischio è proprio l’intensità dell’esposizione delle cellule umane al campo elettromagnetico.

Dal canto suo, la  Cassazione  ed i giudici di merito sono orientati a seguire il  principio di prudenza  di cui abbiamo parlato in apertura: la salute umana è un bene così prezioso che non può essere escluso da studi scientifici degli organismi governativi o comunque pubblici che non evidenziano il pericolo quando quel rischio è dimostrabile per altre vie, come gli studi di organismi indipendenti; in alcuni casi quindi  ha riconosciuto il nesso  tra il tumore contratto da un lavoratore e l’utilizzo eccessivo del telefono per ragioni aziendali (si trattava di un manager costretto a utilizzare il telefonino per parecchie ore al giorno), disponendo il risarcimento dei danni in suo favore ( Cassazione: il cellulare provoca il tumore, lavoratore risarcito ).

Del resto gli studi scientifici compiuti da Enti pubblici non bastano a sciogliere i dubbi e le perplessità di chi pensa che i governi e le società multinazionali siano così interessati alla faccenda da poterne pilotare gli esiti e addirittura i periodi di diffusione (ad esempio il Codacons lancia il sospetto che non sia una coincidenza il fatto che l’Iss abbia pubblicato il suo studio ufficiale proprio nel momento di pieno lancio della campagna del 5G in Italia).

Ma ci sono  studi indipendenti  che dimostrano il rischio del 5G nell’insorgenza dei tumori? Il Codacons ne ha individuati alcuni e afferma che «Dallo Iarc all’Oms, passando per i recenti studi condotti dal National Toxicology Program degli Stati Uniti (NTP) e dall’Istituto Ramazzini, tutti gli enti di ricerca affermano senza ombra di dubbio come l’esposizione alle onde elettromagnetiche prodotte dai telefonini sia potenzialmente cancerogena. La posizione dell’Iss è, quindi, del tutto isolata in ambito scientifico e internazionale e non può ritenersi in nessun caso valida e attendibile».

Tra questi studi citati abbiamo analizzato quello dell’ Istituto Ramazzini  che è pubblicato integralmente in lingua italiana: è del 2018, riguarda proprio l’impatto dell’esposizione umana ai livelli di radiazioni a radiofrequenza prodotti da ripetitori e trasmettitori per la telefonia mobile. Questo istituto di ricerca è una onlus e può qualificarsi  indipendente  perché la ricerca è stata finanziata da un ampio numero di soci, nazionali ed esteri, pubblici e privati (Arpa, Regione Emilia-Romagna, Fondazione Carisbo, Inail, Protezione Elaborazioni Industriali (P.E.I.), Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Children With Cancer (UK), Environmental Health Trust (USA).

Il resoconto ha evidenziato “ aumenti  statisticamente  significativi ” nell’incidenza di alcuni tumori sui ratti esposti a vari livelli di radiazioni, corrispondenti a quelle utilizzate nella telefonia mobile e dunque alle “dosi ambientali” che troviamo nei nostri ambienti di vita e di lavoro.

Inoltre, l’esito di questa ricerca conferma i dati emersi da un’analogo studio compiuto negli Stati Uniti d’America, nell’ambito del programma NTP (National Toxicologic Program). Per questo gli scienziati osservano che “ non può essere dovuta al caso  l’osservazione di un aumento dello stesso tipo di tumori, peraltro rari, a migliaia di chilometri di distanza, in ratti dello stesso ceppo trattati con le stesse radiofrequenze”.

Sinora, però, gli  istituti pubblici  non hanno preso atto di queste evidenze: l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) non ha proceduto a rivedere la classificazione delle radiofrequenze definibili come “probabili cancerogene”; così come neppure l’Icnirp (acronimo di International commission on non-ionizing radiation protection), organismo internazionale non governativo riconosciuto dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) è intervenuto a regolamentare la materia dei rischi di queste onde invisibili sulla salute umana (le sue linee guida risalgono a 20 anni fa).

Il  sindaco di Scanzano Jonico , nelle  motivazioni  dell’ordinanza comunale che ha già  vietato la sperimentazione  e l’installazione del 5G nel suo territorio, ha trovato anche altre fonti rispetto a quelle che abbiamo menzionato, e sostiene che «le radiofrequenze del 5G sono del tutto  inesplorate , mancando qualsiasi studio preliminare sulla valutazione del rischio sanitario e per l’ecosistema derivante da una massiccia, multipla e cumulativa installazione di milioni di nuove antenne» e cita a sostegno delle preoccupazioni «il documento pubblicato nel 2019 dal Comitato scientifico sui rischi sanitari ambientali ed emergenti (Scheer) della Commissione europea, affermando come il 5G lascia aperta la possibilità di conseguenze biologiche».

Sappiamo che possibilità non equivale a probabilità e tantomeno ad elevata probabilità, ma quando si tratta di salute la prudenza non è mai troppa: i rischi potrebbero esserci e, se ci sono, sono ancora sconosciuti. Oltretutto, i  rischi alla salute non sono uguali per tutti : sappiamo che le persone reagiscono in maniera diversa all’esposizione ad un determinato fattore, che si tratti del fumo di sigaretta o di radiazioni elettromagnetiche come in questo caso.

Il fenomeno ha un nome:  elettrosensibilità  e varia da soggetto a soggetto. Coloro che sono ipersensibili ai campi elettromagnetici sono molto più a rischio degli altri e su questo fenomeno gli studiosi sono d’accordo (è dimostrato che in queste persone lo stress ossidativo delle cellule è maggiore), al punto che il Parlamento europeo e il Consiglio d’Europa avevano proposto, già nel 2009 e nel 2011, di riconoscere l’elettrosensibilità come una specifica categoria di  disabilità ; ma sinora nulla è stato fatto.

D’altronde, se anche i soggetti a rischio fossero solo questi pochi elettrosensibili e la loro percentuale fosse, poniamo, lo 0,01% della popolazione italiana, cioè uno su diecimila, si tratterebbe comunque di almeno seimila persone a elevato rischio per la loro salute che meriterebbero piena tutela.

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